Non è una crisi di energia. È una crisi di architettura manageriale.
C’è una figura che nelle organizzazioni moderne assomiglia sempre più a quei ponti progettati per sostenere un traffico del Novecento e costretti a reggere quello del presente. Non crollano subito. Prima vibrano. Poi iniziano a restituire microsegnali: rallentamenti, imprecisioni, attriti, errori di priorità, conversazioni rinviate, conflitti lasciati sedimentare. Infine, quando il sistema si accorge del problema, è già tardi per chiamarlo soltanto “stress”.
Molte aziende stanno leggendo questo fenomeno con le parole sbagliate. Lo chiamano calo di engagement, difficoltà di execution, resistenza al cambiamento, fragilità relazionale, fatica dell’ibrido. Tutte etichette plausibili. Ma forse derivative.
E se una parte rilevante del problema fosse il ruolo manageriale stesso, così come oggi viene costruito, caricato e utilizzato?
Gallup ha rilevato che nel 2024 l’engagement dei manager a livello globale è sceso dal 30% al 27%, con una caduta più marcata tra manager giovani e donne. Non è un dato marginale, perché Gallup continua a collegare il manager alla qualità dell’engagement dei team: se si inceppa quel punto della catena, non si incrina solo il benessere individuale, ma la capacità dell’organizzazione di trasformare obiettivi in comportamento quotidiano.
Il manager, in altre parole, non è solo una persona. È un’infrastruttura.
Quando al manager chiediamo di fare tutto, smette di far bene ciò che
Negli ultimi anni il ruolo si è progressivamente ispessito. Non nel prestigio, ma nelle attese.
Al manager oggi si chiede di presidiare la performance, dare feedback continui, tenere insieme team ibridi, assorbire l’ansia del cambiamento, leggere segnali di malessere, favorire sviluppo, gestire talenti, integrare nuove tecnologie, garantire allineamento, fare da cerniera con HR e, possibilmente, mantenere una postura emotiva impeccabile.
La lista non sarebbe problematica se fosse accompagnata da una revisione seria delle condizioni di esercizio del ruolo. Ma qui si apre la frattura. Le aziende hanno ampliato il mandato dei manager più rapidamente di quanto abbiano ridisegnato il perimetro operativo, la formazione, il supporto e persino il numero di persone da coordinare. Gallup segnala che negli Stati Uniti l’average span of control è cresciuto da 10,9 riporti nel 2024 a 12,1 nel 2025, proseguendo una tendenza di forte aumento rispetto al decennio precedente.
Questo dato illumina un punto decisivo: mentre il lavoro diventa più interdipendente, relazionale e ambiguo, molte aziende aumentano il carico del coordinamento invece di proteggerlo.
Così il manager diventa la sede in cui l’organizzazione scarica le proprie contraddizioni. Vuole più autonomia, ma anche più controllo. Vuole più velocità, ma anche più qualità conversazionale. Vuole più innovazione, ma senza attraversare davvero il costo del disallineamento che ogni innovazione produce.
A quel punto il manager non guida più il sistema: lo compensa.
Il lavoro ibrido e l’AI non hanno creato il problema. Lo hanno reso visibile
Qui il tema si fa interessante per imprenditori e Direttori HR. Perché il costo più grande non è la fatica del singolo manager, per quanto reale. Il costo più grande è quello che il sistema smette di produrre quando il management intermedio lavora in saturazione.
Il CIPD, nel Good Work Index 2025, mostra che i dipendenti con percezioni più positive dei line manager riportano maggiore competenza ed efficacia nel proprio lavoro, minori effetti negativi del lavoro sulla salute e una minore intenzione di lasciare l’organizzazione. Lo stesso filone di ricerca insiste sull’importanza di investire nei line manager come leva di benessere e performance.
Questo significa che il manager non è un semplice “canale di trasmissione” delle decisioni aziendali. È il luogo in cui quelle decisioni acquistano o perdono qualità. Un obiettivo assegnato male non resta un obiettivo assegnato male: diventa priorità confusa, energia dispersa, microfrustrazione, feedback evitato, apprendimento incompleto. Un conflitto non gestito non resta confinato nella relazione tra due persone: modifica il clima, altera i tempi, inquina la cooperazione.
Quando il manager è saturo, la prima cosa che scompare non è il controllo. È la finezza.
Smettono di esserci spazio e tempo per le conversazioni che non producono effetto immediato ma costruiscono capacità futura: chiarire aspettative, ricalibrare un comportamento, leggere un segnale debole, trasformare un errore in apprendimento. Restano le urgenze. Tutto il resto viene rimandato. E il rimandato organizzativo, prima o poi, presenta il conto.
Consenso, decisioni e leadership organizzativa
A differenza della politica istituzionale, dove il consenso viene rinnovato periodicamente anche in assenza di risultati tangibili, nelle organizzazioni il consenso si rinnova ogni giorno attraverso le conseguenze delle decisioni.
Una scelta percepita come incoerente o poco sostenibile perde legittimità rapidamente. Il consenso non è un evento, ma una dinamica continua che richiede leadership, capacità di ascolto e visione sistemica.
Quando questa dimensione resta implicita, le decisioni tendono a muoversi per inerzia. Progetti validi sul piano tecnico faticano a trovare spazio perché non dialogano con priorità non dichiarate. Le tensioni emergono solo quando diventano ostacoli, e a quel punto richiedono interventi correttivi invece che visione anticipatoria.
Change management e consapevolezza organizzativa
Riconoscere la politica come parte del lavoro manageriale cambia la qualità del pensiero. Costruire consenso diventa un modo per comprendere l’impatto di una scelta, non per renderla più accettabile.
Esplicitare i trade-off aiuta a rendere visibili le implicazioni sistemiche. Leggere le dinamiche interne permette di trasformare la complessità in una mappa e rende più efficace ogni processo di change management e sviluppo organizzativo.
Guidare persone e progetti significa muoversi dentro un sistema di relazioni, interessi e aspettative. La politica, letta in questa prospettiva, non altera la razionalità delle decisioni. Le dà profondità.
Sviluppare competenze manageriali, leadership e capacità di cambiamento
Le organizzazioni complesse richiedono manager capaci di leggere il contesto, costruire consenso e guidare decisioni sostenibili nel tempo.
I percorsi di training, coaching e change management permettono di sviluppare competenze manageriali applicabili nelle situazioni reali di lavoro.
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Autore
Luciano Spagnoli Fondatore di Shuitune, Formatore e Coach nell’area dello sviluppo delle prestazioni degli individui, dei gruppi di lavoro e delle organizzazioni appartenenti a diversi settori economici.
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Il fenomeno del Quiet Quitting
Quando parliamo di intelligenza artificiale, può essere utile evitare di attribuire alle macchine caratteristiche umane che non siamo ancora in grado di definire con precisione nemmeno per noi stessi. Il tema riguarda il modo in cui le organizzazioni interpretano il rapporto tra competenze umane, automazione e sviluppo del lavoro.
Appena l’esperienza viene nominata come attributo personale, smette di essere osservata come risorsa organizzativa. Diventa qualcosa che qualcuno possiede, non qualcosa che l’azienda deve imparare a usare, trasferire, aggiornare e, in alcuni casi, mettere in discussione.
Non sempre il problema è il team, il clima o la resistenza al cambiamento. In molte organizzazioni il punto di saturazione è il manager
Nel dibattito su change management e sviluppo organizzativo, il punto non è più la qualità delle strategie, ma la loro realizzazione. Le imprese italiane non hanno un problema di idee: hanno un problema di execution.
Il fenomeno del quiet quitting viene spesso interpretato come una mancanza di motivazione individuale. Persone che fanno “il minimo indispensabile”. Ma osservato da una prospettiva di organizzazione aziendale, il quiet quitting racconta qualcosa di più complesso.
Scegliere un Learning Management System (LMS) è spesso visto come una decisione tecnologica. Eppure, nella pratica, riguarda molto più della tecnologia. Riguarda il modo in cui un’organizzazione pensa la formazione aziendale.
Nella vita reale delle organizzazioni, la leadership quotidiana si manifesta soprattutto nelle micro-decisioni.
Quelle che sembrano marginali e che che spesso non vengono nemmeno riconosciute come “leadership”.
Negli ultimi anni molte aziende hanno investito in programmi di benessere per migliorare l’engagement delle persone. Eppure, nonostante questi sforzi, il burnout continua a crescere in molte organizzazioni. Il motivo è spesso semplice: i programmi di benessere cercano di migliorare l’energia delle persone senza intervenire sul lavoro.
Anche le persone più motivate possono sperimentare una forma di stanchezza profonda di fronte al cambiamento organizzativo. Non si tratta di resistenza al cambiamento. Piuttosto di una fatica meno visibile, che emerge quando il change management viene affrontato solo sul piano strategico e non su quello umano.
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